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Anziani in lista d'attesa per le RSA: perché riconvertire i posti ex art. 26 è la via più rapida

La nota di Daniele Leone, infermiere e coordinatore infermieristico

redazione
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In Italia la domanda di posti letto residenziali per anziani non autosufficienti supera l'offerta disponibile.

Secondo la stima elaborata da Franco Pesaresi, direttore dell'Azienda servizi alla persona “Ambito 9” di Jesi, e pubblicata da Welforum nel maggio 2026, sono 242.570 gli anziani in lista d'attesa per l'ingresso in una struttura residenziale, a fronte di 265.659 posti letto complessivamente censiti per la non autosufficienza. Con una permanenza media di 28 mesi, smaltire l'arretrato richiederebbe anni. Solo poche regioni pubblicano dati ufficiali; nel resto del Paese il bisogno resta stimato per approssimazione. Il confronto internazionale conferma la sottodotazione italiana: i posti letto residenziali coprono il 2,2% della popolazione anziana, contro una media OCSE del 4,6%. Il divario territoriale interno resta marcato, da 32 posti ogni mille anziani nel Nord-Est a meno di 6 nel Mezzogiorno, con un'offerta pubblica ferma al 13%. A questo si aggiunge una componente sommersa: fino a circa 53.000 anziani non autosufficienti potrebbero trovarsi in posti letto non convenzionati.

Sul lato della domanda, un'indagine su famiglie con un parente in RSA quantifica il peso economico della carenza di posti accreditati: il costo mensile complessivo, tra retta e spese accessorie, è in media di 2.139 euro (2.306 al Nord, 1.630 al Sud), non coperto dal reddito dell'anziano nel 77% dei casi, con un aggravio di circa 900 euro mensili a carico dei familiari. Sono proprio le strutture accreditate e convenzionate con il SSN ad avere le liste d'attesa più lunghe: quando i posti non bastano, le famiglie che non riescono a curare in casa un genitore allettato, con pluripatologie o demenza, sono costrette a ricorrere al privato non convenzionato, dove l'intera retta resta a proprio carico: occorre aggiungere almeno 1.000 euro al mese oltre alla pensione dell'anziano. Non si tratta solo di nuclei facoltosi: nella maggior parte dei casi sono famiglie in attesa di un posto accreditato, un fenomeno diffuso ma poco censito, che scelgono la struttura privata come soluzione temporanea e poi faticano a sostenerla. Un anziano su tre, infine, viene accolto in una struttura diversa da quella scelta.

La proposta di riconversione nasce anche dalla crisi del sistema accreditato ex art. 26 della legge 833/1978: le rette restano ferme da anni in diverse regioni, mentre i costi di gestione sono cresciuti. A questo si aggiunge, secondo diversi osservatori del settore, il rischio che le nuove Case e Ospedali di Comunità, finanziate da PNRR e DM 77/2022, finiscano per duplicare funzioni che le strutture ex art. 26 garantiscono già da decenni. Dove i dati mostrano una domanda elevata di posti RSA, riconvertire appare la soluzione più rapida e a costo neutro: nessun nuovo investimento, nessuna nuova procedura di accreditamento.

Un ragionamento che vale a maggior titolo per le regioni che invecchiano più rapidamente, come l'Abruzzo, dove l'indice di vecchiaia è a 228,9 anziani ogni 100 giovani nel 2025, contro 207,6 a livello nazionale. Il fenomeno è ancora più marcato nella provincia di Chieti (indice 239,0), con 57 comuni colpiti da spopolamento, per lo più aree interne montane con un rapporto di due anziani per ogni giovane. Anche in Abruzzo, dunque, andrebbe valutata la possibilità di riconvertire, su richiesta delle strutture interessate, quote di posti ex art. 26 in posti RSA, lungodegenza o residenze protette.

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